Sergio Premoli - Psicoanalista e supervisore

Sergio Premoli

Guerra e pace nella vita quotidiana


26 Mar 2025 - articoli

Guerra e pace nella vita quotidiana

Quando ci si accinge a parlare della guerra e della pace si aprono scenari che investono popoli, nazioni e, in qualche modo, il pianeta intero. Io, da psicoanalista, vorrei invece focalizzarmi su uno scenario limitato, quello rappresentato dalla nostra soggettività nel suo dispiegarsi nella vita di ogni giorno. La nostra vita quotidiana è fatta di relazioni ed è lì che si annida la possibilità che si sviluppino attriti, scontri, conflitti più o meno gravi in grado di compromettere la nostra pace. Qual è la ragione più comune che compromette la nostra pace nella relazione con gli altri? Non è il fatto che gli altri ci feriscono ma è la nostra reazione alle ferite degli altri. Noi pensiamo, e ne siamo convinti, che gli altri lo facciano intenzionalmente, che decidano di ferirci mentre potrebbero benissimo risparmiarsi di farlo. Questo è il motivo che ci fa soffrire perché ci toglie la pace.
Questo però avviene perché non teniamo presente la differenza importante che esiste tra due concetti: quello di innocenza e quello di innocuità. Partiamo dalla nostra esperienza. Noi constatiamo ogni giorno che, senza volerlo, e quindi innocentemente, siamo in grado di ferire gli altri, soprattutto le persone che ci sono più vicine. Sì, perché una cosa è l’innocenza ( non avevo intenzione di ferirti ) e un’altra è l’innocuità (però di fatto ti ho ferito, perché tu me lo fai presente e io, se non sono falso con me stesso, non posso negarlo).
Notate che questa distinzione ci permette di metterne a punto un’altra: quella tra il giudizio di responsabilità (che riguarda l’attribuzione di un’azione a un agente e che rispondi al alla domanda: “Chi ha fatto questa cosa?”), e il giudizio di colpevolezza (che riguarda l’imputazione di una colpa a chi ha commesso un’azione dannosa). Ora, quando noi e gli altri facciamo del male senza volerlo, è utile considerarci responsabili, facendoci carico della riparazione del danno, ma non colpevoli, perché appunto non c’era l’intenzione di fare del male. Qual è l’inconveniente in questa faccenda? Che noi pretendiamo dagli altri che riconoscano la nostra innocenza (“non l’ho fatto apposta, non avevo l’intenzione di farlo”), ma non siamo disposti a farlo nei loro confronti perché pensiamo che, se ci hanno ferito, è perché avevano l’intenzione di farlo e che, se l’hanno fatto senza pensarci, sono comunque colpevoli per non averci pensato. In questo modo trasformiamo la quasi totalità dei nostri scambi relazionali In scambi segnati dalla ostilità: l’altro diventa un “hostis” (un nemico in latino) e la nostra vita quotidiana si carica di valenze polemiche, cioè belliche, (in greco guerra si dice pòlemos), con il risultato di perdere la pace del nostro spirito.
La domanda che sarebbe utile farci è quella se ci conviene comportarci in questo modo. Io penso che non ci convenga e che un comportamento di questo tipo non sia l’espressione di una vera intelligenza vitale, perché comporta lo spreco di preziose energie vitali.
A supporto di quello che vi sto dicendo vi riporto una preziosa riflessione di Leopardi che, in una delle sue Operette morali, scriveva: “Non posso odiare quelli che mi offendono, anzi sono del tutto inabile e impenetrabile all’odio. Perché penso che chiunque si induce ad offendere qualcuno facendo dispiacere o danno, non lo fa per far male ad altri ma per far bene a sé: il quale desiderio è naturale e non merita odio”.
Questa intuizione di Leopardi (che quando qualcuno fa del male non lo fa per fare del male agli altri ma per fare del bene a sè) è stata poi confermata dalla psicoanalisi e ci permette di distinguere convenientemente tra il giudizio di responsabilità e il giudizio di colpevolezza, promuovendo un prezioso sentimento di comprensione umana che troviamo nelle parole di Leopardi : “il desiderio di fare del bene a se stessi (che muove anche chi fa del male agli altri) è un desiderio naturale e non merita odio”.
In più, Leopardi avanza un’altra importante riflessione, sempre nella direzione di motivare la sua scelta di non poter odiare. Dice: “Ad ogni vizio o colpa che io veggo negli altri, prima di sdegnarmi mi rivolgo a esaminare me stesso e, trovandomi sempre o macchiato o capace degli stessi difetti, non mi basta l’animo di irritarmi. Riserbo sempre l’adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità che non possa avere luogo nella natura mia: fin qui non ne ho potuto vedere”. (Cioè: ho visto che anch’io potrei fare tutto quello che vedo fare dagli altri).
Intuizione preziosissima e di grande valore che la psicoanalisi di Freud, venuta parecchi anni dopo, confermerà essere corretta e fondata in quanto tutto quello che gli uomini compiono, anche le loro azioni più orrende, parlano di noi, di tutti noi, perché sono una delle possibili espressioni della nostra soggettività umana. Leopardi e la psicoanalisi ci forniscono le ragioni per le quali nessuno di noi può sentirsi in diritto di chiamarsi fuori dalla comune condizione umana per odiare chi compie delle scelte capaci di fare del male, perfino nella forma estrema di togliere la vita.
Non odiare i malvagi, cioè quelli che fanno, che ci fanno, del male, non significa giustificare il male da loro commesso ma significa “non sentirsi altro” da loro per giustificare il nostro odio, confondendo così il malvagio con la malvagità. E’ la malvagità che va odiata e non i malvagi, ai quali va riservato non l’odio ma il perdono, da intendere come la non imputazione di una colpa a qualcuno che si ritiene responsabile di un danno, con la doverosa imposizione, tramite lo strumento della legge e non con la vendetta personale, della riparazione del danno e non dell’espiazione vendicativa di una colpa (cosa che non avviene nel nostro sistema penale, caratterizzato da una giustizia retributiva, occhio per occhio, e da una pena finalizzata a espiare una colpa, e non da una giustizia riparativa finalizzata alla riparazione del danno).
Noi siamo abituati a pensare che il non odiare abbia come unico fondamento una ragione etica, derivata cioè da un comandamento che impone l’amore del nemico: “amate i vostri nemici”. Senza togliere valore a questo fondamento etico, che caratterizza la scelta dei cristiani, è utile, anzi necessario, fornire a questo sentimento un fondamento noetico, basato cioè su considerazioni di natura razionale, come quelle avanzate sopra da Leopardi e dalla psicoanalisi. Non si deve odiare perché “non si può”, cioè non si possono portare delle ragioni a favore del sentimento dell’odio, perché chi ragiona, cioè chi usa bene la capacità di pensare, trova ragioni che portano nella direzione opposta, quella del “non posso odiare” di Leopardi e della psicoanalisi. Queste scelte non ci preservano dal male, non ce ne liberano (così come chiedono i fedeli nella loro preghiera per eccellenza quando chiedono “liberaci dal male”), ma ci danno la possibilità di liberarci dalla malvagità di chi compie il male.
Ci permettono di vivere le ferite, che segnano la nostra vita quotidiana, avvertendo il dolore per le ferite ma senza il rancore verso le persone che ce le procurano, perché è questo rancore, questo odio, che ci toglie la pace, che non ci permette di “fare la pace”, di vivere in pace, e trasforma la nostra vita in una piccola ma continua guerra quotidiana. Il detto antico che diceva “se vuoi la pace prepara la guerra” (si vis pacem para bellum), possiamo convenientemente modificarlo così: se vuoi la pace, rinuncia al piacere della guerra, rinuncia al piacere dell’odio, che alimenta ogni forma di guerra.

Milano 13 novembre 2024

Sergio Premoli